Con l’aumentare dell’età, la prevenzione cardiovascolare assume un ruolo sempre più centrale: intervenire sui fattori di rischio e individuare precocemente eventuali patologie significa non solo ridurre il carico di malattia, ma anche preservare più a lungo salute e autonomia.

Non si può dunque attendere sempre che sia il cittadino ad arrivare in ambulatorio. Soprattutto nei contesti più remoti o svantaggiati, dove limiti economici, organizzativi o conoscitivi possono rappresentare un ostacolo, la prevenzione deve raggiungere le persone nei luoghi in cui vivono, intercettando in particolare le situazioni in cui età avanzata, cronicità e vulnerabilità sociale si sovrappongono.

È questo il messaggio chiave che emerge dai risultati di PreVasc (Prevenzione Cardiovascolare), presentati i giorni scorsi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati nell’ambito della conferenza “Comunità che si prendono cura. Il progetto PreVasc e le alleanze territoriali per la salute del cuore”.

Il progetto, promosso dalla Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe) in collaborazione con il Dipartimento Cardiotoracovascolare di Careggi-Firenze, la Fondazione Longevitas ETS e l’Associazione Salute e Società, con il coinvolgimento dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e di UniCamillus, ha portato lo screening fuori dalle strutture sanitarie, nei centri anziani, nelle parrocchie e nei luoghi di aggregazione del VI Municipio di Roma. Sono stati coinvolti oltre 2.600 over 65, con un’età media di 74,7 anni.

Un carico importante di fattori di rischio

I numeri restituiscono un quadro significativo: il 43% delle persone sottoposte a screening presenta ipertensione, il 47% dislipidemia, il 7% diabete, il 14% è fumatore e il 21% ex fumatore.

Sul fronte della funzionalità cardiaca, 241 persone, pari al 9,2% del campione, presentano una frazione di eiezione inferiore al 50%; in tre casi il valore scende al di sotto del 30%. Sono state inoltre individuate stenosi aortiche nell’1,07% dei partecipanti, insufficienze mitraliche nel 4,69% e tricuspidali nel 5%.

Accanto ai dati clinici emerge un’altra variabile: quella sociale. Le patologie cardiache risultano presenti nel 38,6% delle persone con istruzione elementare, contro il 16% dei laureati. Nel campione – in cui solo il 5% risultava laureato, a fronte di una media nazionale del 20% – il numero medio di condizioni croniche raggiunge 3,4 per persona. Il livello di istruzione appare quindi strettamente correlato alla distribuzione delle patologie più del reddito familiare, anche se nelle fasce di reddito più basse si osserva, per esempio, una maggiore prevalenza dell’obesità.

La fragilità sociale entra nella prevenzione

Per Alessandro Boccanelli, coordinatore del progetto per la Società Italiana di Cardiologia Geriatrica e presidente dell’Associazione Salute e Società, il risultato più significativo non riguarda soltanto la quantità di patologie intercettate, ma la loro distribuzione. Meno anni di studio, ha osservato, possono accompagnarsi a una minore consapevolezza dell’importanza della prevenzione e dei fattori di rischio “silenziosi”, oltre che a un ritardo nella diagnosi.

Nel suo intervento Boccanelli ha ricordato come PreVasc sia nato alcuni anni fa proprio come progetto di prevenzione di comunità, partendo da piccoli centri italiani: le prime esperienze hanno coinvolto dieci piccoli paesi, con l’obiettivo di verificare la possibilità di intercettare la malattia anche in contesti lontani dai grandi centri. L’esperienza romana conferma, nella sua lettura, la necessità di considerare la fragilità economica e sociale tra gli elementi da affrontare quando si costruisce una strategia di prevenzione.

Il costo della mancata prevenzione

Sul ruolo delle istituzioni si è concentrato Gian Antonio Girelli, deputato e presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla prevenzione e riduzione del rischio nonché promotore dell’incontro. Il punto, ha sottolineato, non è soltanto investire economicamente nella prevenzione, ma costruire condizioni organizzative e culturali perché possa funzionare: formazione del personale, risorse e reti di prossimità.

La domanda da porsi, ha osservato Girelli, non è soltanto quanto costa fare prevenzione, ma quanto costa non farla. E questo non soltanto in termini di anni di vita persi, ma anche di costi sanitari e sociali. Perché la presa in carico dell’anziano non può essere esclusivamente sanitaria: se alla dimensione clinica non si affianca quella sociale, le differenze tra territori, aree interne, periferie e contesti più fragili rischiano di perpetuarsi anche in disuguaglianze di salute.

Puntare non solo alla “lifespan”, ma alla “healthspan”

Un altro punto nodale emerso durante la conferenza è relativo al senso stesso dell’aumento dell’aspettativa di vita. Salvatore Maria Corsello, professore ordinario di Endocrinologia e ProRettore con delega alla Comunicazione scientifica di UniCamillus, ha richiamato il ruolo avuto dalla prevenzione e dalla medicina moderna nell’allungamento della vita: dai vaccini ai farmaci, fino ai trattamenti cardiovascolari che hanno contribuito a ridurre la mortalità.

Tuttavia, l’obiettivo oggi non può essere soltanto aumentare la lifespan, cioè gli anni di vita. Occorre lavorare sulla healthspan, la durata della vita vissuta in buona salute. È in questa prospettiva che iniziative come PreVasc acquistano valore: intercettare precocemente i fattori di rischio e le patologie può significare non soltanto vivere più a lungo, ma arrivare alla vecchiaia con una migliore qualità di vita.

Dall’università al territorio

Per Nathan Levialdi Ghiron, rettore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PreVasc mostra concretamente che la prevenzione non può essere confinata agli ambulatori, ma deve essere portata nei luoghi in cui le persone vivono, soprattutto per quanto riguarda la popolazione anziana. Il progetto ha consentito anche di affiancare alla ricerca l’attività formativa: il personale infermieristico in formazione dell’ateneo ha partecipato agli screening, trasformando il territorio in un luogo di apprendimento e produzione di salute.

Il concetto espresso da Levialdi Ghiron è quello di un passaggio “da un’Università nel territorio a un’Università con il territorio”, nella quale formazione e ricerca non restano separate dai bisogni della comunità.

Portare il modello anche nei contesti più fragili

La dimensione territoriale è stata richiamata anche da Eleonora Selvi, presidente della Fondazione Longevitas ETS. L’esperienza di PreVasc, ha sottolineato, pone il problema di come trasformare una sperimentazione territoriale in un modello più strutturato, consolidando le alleanze tra istituzioni, università, professionisti e Terzo Settore.

La sfida riguarda in particolare i contesti più fragili e con minori risorse, dove le difficoltà possono essere economiche, organizzative, ma anche legate alla conoscenza e alla cultura della prevenzione. È proprio in questi territori che uno screening di prossimità può diventare uno strumento per intercettare precocemente condizioni che rischierebbero altrimenti di arrivare all’osservazione clinica più tardi.

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