Varianti Covid, una caccia senza fine

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Gli sforzi per lo sviluppo di un vaccino definitivo contro SARS-CoV-2 rischiano di trasformarsi in una rincorsa senza fine. Nel caso in cui non si trovasse un determinante comune a tutti i ceppi, è necessario un approccio più pragmatico, fatto di prevenzione e cure precoci 

Circa 200 milioni di persone nell’Ue sono completamente vaccinate, il 54,7% degli adulti, ha comunicato la Commissione europea. In Italia la quota è del 54,3%, mentre in Gran Bretagna è del 69,5%. Eppure la situazione del Regno Unito appare al momento peggiore rispetto a molti altri Stati Europei (ma potrebbe solo anticipare l’evoluzione negli altri Paesi), con un numero di infezioni intorno alle 40 mila giornaliere e una settantina di morti. Circa il 40% degli ospedalizzati per Covid sono doppiamente vaccinati, come ha detto Patrick Vallance, consigliere scientifico di Boris Johnson. Stando alle previsioni di Neil Ferguson, professore dell’Imperial College, potrebbero raggiungere i 100-200 mila al giorno dopo l’estate. In Israele la situazione non è tanto diversa. Il Jerusalem Post riporta (alla data 21 luglio) che gli ospedalizzati sono 143: di questi il 58% erano stati vaccinati con le due dosi, il 3% solo con una e il 39% con nessuna. E ben 15 su 20 decessi sono di persone vaccinate.

Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro Speranza ha detto che la genesi delle varianti (circa 700 quelle individuate) deriva dal fatto che «il virus trovando un soggetto vaccinato che gli resiste cerca di identificare la strada per aggirare le vaccinazioni, una battaglia eterna». Al momento, secondo l’ultimo monitoraggio, in Italia è prevalente la variante Alfa, ma in discesa (57,8%), incalzata dalla Delta (22,7%), destinata a divenire prevalente, e cresce anche la Gamma (11,8%). Come riporta l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sui sequenziamenti a campione effettuati dal 28 dicembre al 5 luglio però «sono già stati individuati oltre 70 lignaggi non oggetto di monitoraggio da parte del sistema di sorveglianza integrata». Sarà pertanto una guerra infinita al virus? E vaccinare durante un’epidemia in corso è una scelta giusta?

Serve un pan-vaccino o pan-anticorpo

Pietro Luigi Garavelli
Pietro Luigi Garavelli

«La frase di Ricciardi è assolutamente corretta – spiega il professor Pietro Luigi Garavelli, primario della Divisione di Malattie infettive dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara e recentemente insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per il contributo dato alla lotta contro il Covid –: il vaccino non induce le varianti, le seleziona. L’errore sta nell’attendersi un vaccino definitivo nei confronti di un virus a Rna che muta rapidamente e quindi cambia rapidamente le caratteristiche di replicazione, contagiosità e virulenza. A meno che non si trovi un determinante comune a tutti i ceppi o un superanticorpo che blocchi tutte le varianti. Di queste ce ne saranno continuamente e sarà così all’infinito se non si ha la fortuna di trovare questo pan-vaccino, o pan-anticorpo. Altrimenti dobbiamo essere più pragmatici: la solita strategia dei comportamenti responsabili, cure precoci e proseguire nella vaccinazione allestendo vaccini aggiornati il più velocemente possibile sulle varianti».

Chi è guarito dal Covid immunizzato anche contro le varianti?

Ai guariti dal Covid non serve la vaccinazione. La tesi è sostenuta da Claudio Giorlandino, direttore scientifico dell’Istituto clinico diagnostico di ricerca Altamedica, che ha guidato una metanalisi, una revisione di circa 50 studi sull’immunità indotta dall’infezione da SARS-CoV-2, in pubblicazione sulla rivista Virus Disease. Tra i più importanti, quello della Washington University di St Louis, pubblicato su Nature (https://www.nature.com/articles/s41586-021-03647-4), che ha individuato un tipo di cellule immunitarie nel midollo osseo dei pazienti guariti dal Covid, produttrici di anticorpi di lunga durata. Chi ha avuto il Covid sembra, in sostanza, avere una protezione maggiore rispetto a chi ha ricevuto il vaccino, non solo temporale, grazie ai linfociti T che conservano la memoria del patogeno, ma anche dalle varianti. Questo sarebbe dovuto al fatto che le persone infettate sono protette anche contro il capside, la parte del virus più stabile, e non solo contro la proteina Spike, soggetta a mutazioni. Nel frattempo il governo, attraverso il sottosegretario al ministero della Salute Andrea Costa, ha annunciato che il periodo di copertura di chi è guarito dal Covid raddoppierà da sei a dodici mesi per la somministrazione del vaccino. «Su questo punto siamo in tanti che abbiamo incalzato il governo – fa notare Garavelli –. Stanno emergendo evidenze che fanno pensare che chi ha avuto il Covid sia più immunizzato della vaccinazione, verosimilmente per tutta la vita. Fatto salvo che non emerga una supervariante che “perfori” anche lo scudo di chi ha fatto la malattia naturale: andando avanti, il rischio è dietro l’angolo».

 

 

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