Gambe gonfie, sensazione di pesantezza, vene varicose e teleangectasie sono considerati nell’opinione collettiva un problema prevalentemente estetico.
La ricerca, di contro, ha dimostrato che possono essere indicatori di un problema più importante: la Malattia Venosa Cronica (MVC). Vera e propria patologia, se non trattata, può avere ricadute rilevanti per la salute, sull’apparato vascolare e cardiocircolatorio, ad esempio.
Con l’obiettivo di fare (in)formazione sulla MVC, speso sottostimata e sottodiagnosticata, ad aprile prende il via a livello nazionale “La Stagione delle Gambe”, campagna di sensibilizzazione promossa da AFI (Associazione Flebologica Italiana).
La questione
Mai sottovalutare le manifestazioni, anche quelle che possono sembrare più banali, come i capillari visibili o le varici, ad esempio, che possono associarsi alla formazione di coaguli, alla comparsa di lesioni cutanee difficili da guarire o a episodi di sanguinamento.
Prima di declassare qualsiasi segnale che compare agli arti inferiori a un inestetismo, è raccomandato fare le corrette valutazioni e laddove necessario, avviare un adeguato trattamento, tempestivo e precoce.
In fase iniziale le manifestazioni alle gambe, possono infatti essere trattate con approcci conservativi – correzione dello stile di vita, dalla dieta con un apporto maggiore di flavonoidi ad esempio, al movimento, il cammino per eccellenza, e attività fisica funzionale all’età e alla condizione clinica, dove il nuoto è lo sport ottimale, anche per le gambe, al ricorso a nutraceutici. Questi ultimi potenzialemnte sufficienti da soli all’esordio della malattia.
In fase più avanzata, invece, le varie condizioni a seconda dei casi, possono richiedere anche un intervento multidisciplinare, con terapie interventistiche, che agiscono direttamente sulla vena malata, come la scleroterapia, il trattamento laser o, in alcuni casi selezionati, la chirurgia; la terapia elastocompressiva, basata sull’utilizzo di calze elastiche o bendaggi per favorire il ritorno venoso; la terapia farmacologica, che può contribuire a migliorare il tono della parete venosa e a ridurre i sintomi associati alla patologia.
L’indicazione è dunque chiara: la MVC, malattia cronica sistemica, spesso dovuta a una componente genetica che tende a svilupparsi nel corso degli anni, non può essere eliminata definitivamente, ma può essere controllata e gestita efficacemente attraverso una diagnosi precoce, prevenzione, controlli periodici e trattamenti adeguati. In sinergia contribuiscono a rallentarne la progressione e prevenire le complicanze.
«La MVC è piuttosto diffusa, si calcola che 8 adulti su 10 in Italia manifesti qualche segnale, non necessariamente grave – dichiara Alessandro Frullini, Chirurgo vascolare e Flebologo, presidente Onorario di AFI – e differisce dall’insufficienza venosa cronica (IVC). La prima include tutte le patologie, a partire dalle telengecstasie fino all’ulcera venosa, espressione fra le più gravi della malattia, la seconda identifica invece il C3 (edema) e C6 (ulcera venosa cronica), secondo la classificazione CEAP, gli stadi più avanzati della malattia».
Alla base delle patologie venose vi è una componete infiammatoria: «Le IVC e le emorroidi sono condizioni a patogenesi infiammatoria associate ad alterazioni delle strutture endoteliali e a una significativa riduzione della qualità della vita. La prevenzione – aggiunge Luca Gallelli, farmacologo clinico e professore ordinario di Farmacologia presso l’Università degli Studi di Catanzaro – si basa principalmente sulla rimozione dei fattori di rischio, attraverso la riduzione del peso corporeo e il miglioramento degli stili di vita: più fattori infiammatori insieme aumentano il rischio di MVC. Pertanto gestire e mantenere sotto controllo il livello di infiammazione è cruciale, in quanto quest’ultima richiama cellule che rilasciano fattori infiammatori che a un certo punto iniziano a produrre sostanze responsabili di un danno: citochine, interluchine e soprattutto metalloproteasi. Il trattamento di prima linea prevede l’impiego di nutraceutici con attività antinfiammatoria e antiossidante; nei casi refrattari o in presenza di condizioni cliniche sfavorevoli si ricorre al trattamento chirurgico».
L’approccio nutraceutico
Le Linee Guida in fase inziale di MVC suggeriscono un trattamento con prodotti nutraceutici che da dati di letteratura sono di comprovata efficacia.
«Fra i nutraceutici è sempre più comune l’impiego di diosmina – prosegue Gallelli – con effetto antinfiammatorio, antiossidante, antineoplastico, che ha la capacità di andare a bloccare fattori proliferativi, spesso in combinazione a esperidina che riduce l’edema. ll meliloto, un derivato delle cumarine, antinfiammatorio, antiossidante con attività sui macrofagi promuovendo un quadro antinfiammatorio che va a degradare quanto correlata alla stasi linfatica o venosa, la quercitina, l’escina che ha un meccanico glucocorticoide like ed un effetto antiedemigino; il ginko che tuttavia presenta qualche interazione farmacologica e aumenta il sanguinamento. Tra le potenzialità maggiormente riconosciute ai nutraceutici vi è la capacità di ridurre le metalloproteasi, quindi abbassando l’attività di danno generata dalle stesse. Va ricordato che i nutraceutici hanno un effetto dose-dipendente e l’uso corretto va calibrato a misura del paziente. gli studi più recenti, inoltre, hanno attribuito un ruolo cruciale all’intestino: prioritario è il suo mantenimento in stato si eubiosi; l’intestino infatti regola l’attività della diosmina, attivata dall’intestino stesso a produrre diosmetina. Anche l’esperidina agisce a livello intestinale, ignorando il microbiota, svolgendo una azione sinergica con la diosmina, preferendo l’innovazione con formule micronizzate che riescono a essere facilmente assorbite a livello intestinale, quindi ad agire più rapidamente».
Sono noti possibili effetti gastrointestinali dei nutraceutici, essendo antinfiammatori, con consiglio di assunzione sempre a stomaco pieno, e di alcune possibili interazioni farmacologiche, sebbene il rischio sia basso, con qualche dubbio su quercitina e ginko, già documentata.
In conclusione: l’approccio e la scelta di nutraceutici va effettuata sul paziente, in maniera individualizzata; la terapia di combinazione è l’opzione ottimale, valutando sempre che si tratta di una terapia ad assunzione cronica. Infine modificare gli stili di vita, ad esempio in ambito dietetico, negli ultimi anni l’attenzione della ricerca si è concentrata in particolare sui flavonoidi, sostanze naturali appartenenti alla famiglia dei polifenoli, che possono dare un supporto alla funzionalità venosa nella riduzione dei processi infiammatori associati all’insufficienza venosa.
Questi sono presenti anche in diversi alimenti tra cui agrumi (arance, pompelmi e limoni), ricchi di naringina ed esperidina, mele, particolarmente ricche di quercetina ed epicatechina, soprattutto nella buccia; frutti di bosco (mirtilli, fragole e lamponi), fonte di antocianine ed ellagitannini. Infine, prevedere sempre un trattamento multimodale, multispecialistico, in una visione di gestione molto ampia della MVC.
Interazione di più figure professionali
Nella gestione della MVC sono fondamentali: il medico di famiglia, prima figura che ha più a che fare con il paziente e ne conosce lo storico, lo specialista della chirurgia o l’angiologo, lo specialista in ambito terapeutico che deve indicare in un dato paziente se un tipo di trattamento è sostenibile oppure no, una rete farmaceutica integrata, che accompagni il paziente nella gestione della terapia che sia facilmente attuabile. Inoltre sono utili il nutrizionista, un esperto di attività fisica, che ha il compito di personalizzare l’attività sulla persona, rivalutandola nel tempo e nel contesto generale.
«La rete territoriale è fondamentale – conclude Gallelli – e va resa oggettivamente operativa, un traguardo non sempre o non ancora raggiunto».



