Corretta alimentazione e stile di vita sano per contrastare lo sviluppo di patologie neoplastiche

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Sempre più spesso emerge il ruolo di primo piano di stili di vita, attività fisica e dieta nella prevenzione e nella gestione della malattia oncologica, come confermano dati di letteratura via via più solidi. La parola a Robert Thomas, oncologo presso la Primrose Unit di Bedford in Gran Bretagna.

Robert Thomas, oncologo presso la Primrose Unit di Bedford in Gran Bretagna
Robert Thomas, oncologo presso la Primrose Unit di Bedford in Gran Bretagna.

I benefici dell’attività fisica

«Secondo il World Cancer Research – afferma Robert Thomas – circa il 50% dei tumori si può prevenire adottando uno stile di vita adeguato e il 30% modificando la dieta quotidiana e praticando attività fisica. Tutto ciò trova un puntuale riscontro nella letteratura internazionale. Uno studio britannico ha dimostrato, ad esempio, che la differenza dell’incidenza di tumore del colon retto tra chi pratica un alto livello di attività fisica e chi ha uno stile di vita sedentario tocca il 40%. Fare più attività fisica è dunque una di quelle scelte fondamentali che ciascuno può assumere e che è in grado di influenzare in modo sensibile il fattore di rischio per questo tumore».

Movimento anche contro le recidive oncologiche

«Numerosi studi di coorte, anche di grandi dimensioni – continua Thomas – hanno correlato la pratica di almeno 3 ore settimanali di esercizio fisico con la riduzione del 20-30% del rischio di recidiva per i tumori di seno, prostata e colon ed è stato dimostrato che un’attività fisica regolare contribuisce ad alleviare la fatigue che affligge molti malati di tumore e migliora la qualità della vita dopo le terapie antineoplastiche.

Una metanalisi del BMJ condotta su oltre 30 trial randomizzati e controllati ha mostrato che nel paziente oncologico l’esercizio fisico, tre ore la settimana, migliora la qualità di vita, riduce il peso e le vampate e mitiga i dolori articolari. E il ruolo positivo dell’esercizio dopo una diagnosi di tumore prostatico ha indotto il National Institute of Clinical Excellence (NICE) britannico a raccomandarne la pratica nelle linee guida indirizzate ai dipartimenti oncologici del Paese.

Un’ampia ricerca su 2.437 donne con tumore al seno in fase iniziale ha evidenziato percentuali di recidiva significativamente più basse nelle pazienti che, oltre alle cure standard, ricevevano anche counseling nutrizionale e sullo stile di vita e facevano attività fisica. E una maggiore sopravvivenza è stata osservata in circa 1.500 donne sopravvissute al tumore al seno in associazione a 30 minuti al giorno di esercizio e a una dieta con maggiore apporto di vegetali.

Sono tutte informazioni rilevanti sul piano clinico, poiché evitare le ricadute aumenta le possibilità di cura del paziente oncologico».

Dieta e prevenzione: quali le evidenze?

«Una dieta antinfiammatoria, a basso tenore di zuccheri e carboidrati, di sostanze chimiche come le ammine aromatiche, di carni sottoposte a cotture improprie e di alimenti eccessivamente processati e al contrario ricca di frutta e verdura, bacche e cereali integrali influenza in modo positivo lo stato di benessere generale, l’umore e riduce in modo significativo i marker dell’infiammazione in tutti i pazienti.

Sappiamo inoltre che diete carenti di polifenoli e di altre sostanze fitochimiche presenti in erbe, spezie, vegetali ecc. sono correlate a un maggior rischio di tumore, in particolare di seno, pancreas, ovaio, prostata, intestino ed esofago e che una dieta ad alto tenore di queste sostanze aiuta a ridurre i marker infiammatori, come è emerso in modo chiaro nel carcinoma prostatico».

«Test di laboratorio e studi randomizzati di ridotte dimensioni – prosegue Thomas -avevano già dimostrato un’azione antitumorale di alcuni alimenti ricchi di polifenoli, in particolare broccoli, curcuma, tè verde e melograno. Il melograno, grazie all’acido ellagico, ha dimostrato ad esempio di inibire direttamente la crescita cellulare e di indurre l’apoptosi in linee cellulari di cancro prostatico umano sensibili agli androgeni. Il tè verde, in virtù dell’epigallocatechina gallato, blocca un enzima che segnala alle cellule tumorali di proliferare più rapidamente e metastatizzare. I broccoli possono inibire la crescita di cellule di cancro prostatico mentre la curcumina sembra rallentare in generale la crescita delle cellule tumorali.

Il nostro trial in doppio cieco controllato con placebo, pubblicato nel 2014, ha indicato l’influenza di questi alimenti sui marker di progressione del tumore della prostata all’interno di una valutazione scientificamente solida. Abbiamo testato un integratore alimentare con elevate concentrazioni di questi cibi, e non singole molecole, su 203 adulti maschi con carcinoma prostatico. Dopo sei mesi abbiamo rilevato che i livelli di PSA erano più bassi del 63% nel gruppo sperimentale rispetto a quello placebo; inoltre chi aveva assunto il supplemento aveva meno probabilità di scegliere trattamenti invasivi precoci. Ora, non possiamo dire che quel preparato agisca sulla progressione del tumore prostatico, ma certamente in prospettiva sono dati di notevole interesse clinico.

In Messico, dove sono stato di recente per un congresso, il supplemento viene già utilizzato a scopo preventivo su soggetti a rischio di carcinoma prostatico per storia familiare, valori del PSA borderline o stati infiammatori ghiandolari.

Last but not least, vorrei precisare che i fitoestrogeni sono stati espressamente esclusi dal supplemento. La decisione è stata presa sulla base di dati scientifici riguardanti queste sostanze e recentemente confermati. Uno studio statunitense del novembre 2017, condotto su circa 27.000 uomini, ha mostrato che i fitoestrogeni assunti con la dieta, in particolare gli isoflavoni della soia, possono aumentare il rischio di tumore della prostata».

«È ai nastri di partenza un trial clinico che valuterà l’associazione del supplemento a base di polifenoli, di probiotici e di un programma di attività fisica su circa 200 pazienti con tumore della prostata e del seno. Al centro dell’indagine l’effetto su dolori articolari, disturbi dell’umore e marker infiammatori».

Riabilitazione per malati di tumore

«Il numero dei survivor al tumore è in aumento in tutto il mondo. Un quarto degli adulti di età pari o superiore a 65 anni e l’11% dei pazienti più giovani con nuova diagnosi di cancro dal 2009 al 2013 ha avuto una precedente storia di tumore, lo dice uno studio pubblicato su Jama Oncology.

È ovviamente una buona notizia, ma lascia un’ampia area su cui lavorare in maniera sempre più mirata per seguire queste persone con programmi dedicati. La sfida è attuare strategie di cambiamento efficaci all’interno della pratica clinica di routine e preferibilmente, a mio parere, in ambito pubblico, negli ospedali e nelle comunità locali.

In Gran Bretagna abbiamo creato un percorso di qualificazione – la “cancer rehabilitation qualification” – che dopo un lungo iter è stato approvato dal governo. Oggi nella maggioranza del territorio nazionale i pazienti possono seguire gratuitamente programmi di attività fisica supervisionata da istruttori qualificati che li guidano nelle routine più adatte alla loro condizione specifica».

Il ruolo degli integratori

Molti malati di tumore (secondo alcune statistiche circa il 70%) assumono integratori, vitamine e preparati estratti chimicamente da ingredienti naturali: quali sono le sue raccomandazioni al riguardo?

«Il National Cancer Research Institute britannico – afferma Thomas – sconsiglia ai pazienti oncologici il consumo di vitamine e minerali a lungo termine, salvo in caso di stati carenziali documentati.

La ricerca su queste sostanze e soprattutto su singole molecole è ancora da sviluppare e in molti casi i risultati sono contrastanti. In due studi recenti su pazienti con tumore della prostata in sorveglianza attiva o in vigile attesa, ad esempio, gli estratti di licopene testati non hanno influito sul livello di PSA. Altri lavori hanno rilevato che la vitamina E il selenio potrebbero aumentare l’incidenza del tumore della prostata e secondo altri studi gli stessi antiossidanti favorirebbero i processi di cancerogenesi.

Ai miei pazienti oncologici sconsiglio quindi di assumere integratori con un eccesso di antiossidanti e le vitamine A ed E, a meno che non ci siano deficit comprovati. In altri casi invece una supplementazione moderata ha senso, penso ad esempio alla vitamina D che in Gran Bretagna è carente in quote rilevanti della popolazione soprattutto in inverno».

«Come sappiamo i farmaci oncologici determinano effetti collaterali indesiderati, che spesso sono molto pesanti per il malato e ne deteriorano la qualità della vita. Danni severi alle unghie, ad esempio, colpiscono circa il 40-50% dei pazienti che assumono agenti chemioterapici a base di taxani. Un trial randomizzato e controllato su 60 pazienti in chemioterapia per tumore della mammella o della prostata – presentato al Congresso ASCO (American Society of Clinical Oncology) 2017 – ha osservato una riduzione del danno alle unghie dopo l’applicazione di un gel con ingredienti vegetali e ricco di polifenoli, che in questo caso ha funzionato meglio dei preparati abitualmente utilizzati».

Terapie complementari in oncologia

«Molti malati di tumore si rivolgono alle terapie complementari in Europa: è un dato concreto e dobbiamo tenerne conto. Questi trattamenti possono integrare le cure oncologiche – chemio e radioterapia, trattamenti ormonali, immunoterapici ecc. – in situazioni definite, ma non devono mai sostituirle.

In Gran Bretagna alcuni trattamenti di medicina complementare, principalmente riflessologia, agopuntura e tecniche analoghe, sono erogati dal sistema sanitario nazionale in misura limitata in alcuni ospedali e sono disponibili anche in grandi cliniche private.

La linea delle autorità sanitarie in questa materia è prudenziale e condizionata dallo sviluppo della ricerca e dall’accumulo di dati scientifici più solidi e consistenti di quelli attuali».

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