Osteopati, il punto sulla professione al IV Congresso Nazionale ROI

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Chiaro il messaggio emerso dal IV Congresso Nazionale del Registro degli Osteopati d’Italia: sono fondamentali la ricerca e il dialogo tra l’osteopatia e le altre professioni sanitarie

Ricerca osteopatica, Evidence Based Practice, patto terapeutico, interdisciplinarietà sono solo alcune delle parole chiave del IV Congresso Nazionale ROI, Registro degli Osteopati d’Italia, dal titolo ‘Le prove di efficacia: il patto terapeutico tra paziente ed osteopata’, tenutosi il 7 e 8 giugno a Milano. Si è trattato del primo Congresso dopo che il Decreto Lorenzin, che ha individuato la professione sanitaria di osteopata, è diventato legge (Legge 3/2018).

Alessandro Beux, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei TSRM e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione – il multi-albo di cui l’osteopatia dovrebbe entrare a far parte al termine dell’iter previsto dalla Legge 3/2018, assieme ad altre 20 professioni della salute e 61 Ordini provinciali e interprovinciali – ha dichiarato: “Sono qui per manifestare il nostro interesse e la nostra disponibilità. Per i TSRM e gli Assistenti sanitari la Legge 3/2018 ha significato un cambio di denominazione, di status e di alcune funzioni e modalità. Per 17 professioni sanitarie ha significato il passaggio da regolamentate a ordinate, per gli osteopati l’essere individuati, come previsto dall’art. 7. Non sentitevi appagati, anzi organizzatevi per lavorare con passione e determinazione perché il percorso per arrivare laddove sono le altre professioni sanitarie è ancora lungo e tutto da definire. Se potremo dare una mano, lo faremo volentieri, con lo stesso spirito cooperativo che abbiamo sempre avuto con tutti”.

Chiara Arienti, Segretario Generale del ROI, nella sua relazione ha fotografato lo stato dell’arte della ricerca scientifica in osteopatia, evidenziando la necessità di colmare un gap rispetto alle altre professioni sanitarie. Infatti, utilizzando il vocabolario scientifico di Pubmed1, con il MeSH Term “Osteopathic Medicine”, sono 2.257 gli studi raccolti nella banca dati biomedica. Facendo invece una ricerca “in libera”, sempre su Pubmed, con la keyword “Osteopathic Manipulative Treatment”, sono 310 gli studi pubblicati. In questo scenario l’Italia pesa per l’8%: un numero importante che denota il contributo internazionale dei professionisti italiani nell’attività di ricerca. La relazione si è conclusa con un auspicio: “costruire un ponte” tra attività clinica e ricerca, per garantire un flusso costante di informazioni ed esperienze in cui le due parti collaborano e interagiscono con un unico fine, la salute del paziente.

Significativo è stato poi l’intervento di Kylie Fitzgerald, osteopata e docente di Osteopatia alla Victoria University, di Melbourne, che ha offerto una visione prospettica del futuro ruolo dell’osteopatia all’interno del sistema di cura. Nella sua relazione, Fitzgerald ha descritto un sistema sanitario integrato, in cui la figura dell’osteopata offre un contributo fondamentale, non solo per disturbi di natura muscolo-scheletrici ma anche nel trattamento di problematiche ginecologiche e nella identificazione, attraverso ripetuti trattamenti e questionari dedicati, di problematiche cardiovascolari e disturbi generati da disagi psicologici, quali ansia e depressione, condizioni in cui il paziente, ad esempio, può avere una percezione falsata del dolore.

Di dolore ha parlato anche Andrea Formica, docente e responsabile dell’area educativa in ambito clinico presso l’Istituto Superiore di Osteopatia (ISO) di Milano. Formica ha analizzato la gestione del dolore nella pratica clinica, il cui trattamento deve tenere conto sia della dimensione fisica, sia di quella emozionale e cognitiva del paziente. In particolare, Formica ha evidenziato quanto gli osteopati italiani siano più propensi all’applicazione del modello biomedico nel trattamento del dolore cronico piuttosto che all’approccio bio-psicosociale, sebbene quest’ultimo sia riconosciuto come parte integrante della filosofia osteopatica nella pratica clinica. Da qui la necessità di acquisire le conoscenze e le abilità di valutazione dei fattori di rischio-psicosociale nella gestione dei malati cronici all’interno di programmi di formazione professionale, per acquisire la visione d’insieme, necessaria per la cura del paziente.

Il Congresso si è concluso con la tavola rotonda che ha visto alternarsi Paola Sciomachen, Emilia Grazia De Biasi e Giorgio Cosmacini. La presidente del ROI, in chiusura, ha auspicato che gli osteopati italiani si avvicinino sempre più alla letteratura scientifica. “Diventando professione sanitaria, ci auguriamo ci siano più opportunità per sviluppare la ricerca in ambito clinico”, ha affermato. “Dobbiamo continuare a mettere in campo la nostra competenza, la nostra esperienza, la capacità di giudizio e anche la ricerca come strumento utile per una gestione consapevole e informata del paziente, in grado di identificare l’appropriatezza dell’intervento osteopatico nonché i suoi limiti in un’ottica di cura in cui è centrale la salute del paziente”.

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