In occasione della Giornata nazionale della salute della donna, 22 aprile, l’endometriosi torna al centro dell’attenzione come patologia cronica ad alta incidenza e spesso invalidante, che colpisce circa il 10% delle donne in età fertile. Il nuovo report dell’Osservatorio GIMBE evidenzia non solo l’impatto sulla qualità della vita e sulla fertilità, ma anche le forti disuguaglianze territoriali nell’accesso alla diagnosi e alle cure, sottolineando la necessità di modelli assistenziali integrati e multidisciplinari sul territorio.
«L’endometriosi rappresenta un problema di salute pubblica ancora sottostimato – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – perché la diagnosi arriva spesso dopo anni di sofferenza e l’assistenza resta profondamente disomogenea sul territorio nazionale».
Epidemiologia e ritardi diagnostici
Secondo le stime internazionali, l’endometriosi interessa circa il 10% delle donne in età riproduttiva. In Italia, i dati ospedalieri riportano circa 9.300 nuovi casi l’anno, ma si tratta di una sottostima, essendo riferita soprattutto alle forme più gravi.
Critico anche il ritardo diagnostico, stimato tra 7 e 10 anni. «Un ritardo di tale entità – sottolinea Cartabellotta – significa anni di dolore, peggioramento della qualità di vita e aumento del rischio di complicanze. Ridurlo deve diventare una priorità del Servizio Sanitario Nazionale».
Disuguaglianze regionali nell’assistenza
Persistono forti differenze tra Regioni nell’organizzazione dei percorsi assistenziali, nella presenza di PDTA, reti cliniche e centri specialistici. Il quadro resta frammentato e disomogeneo. «Il quadro resta molto eterogeneo – spiega il presidente GIMBE – con Regioni che hanno sviluppato reti cliniche e percorsi strutturati e altre dove l’organizzazione dell’assistenza è ancora frammentaria».

Esenzioni e accesso alle prestazioni
L’endometriosi negli stadi avanzati (III e IV) è inclusa tra le malattie croniche esenti con il DPCM sui LEA del 2017, ma l’operatività dell’esenzione è recente e limitata. Le prestazioni garantite comprendono principalmente visite di controllo ed esami diagnostici mirati, ma non coprono le forme meno gravi (stadi I e II). «Si tratta di un pacchetto di prestazioni diagnostiche – osserva Cartabellotta – che esclude le fasi precoci della malattia, non copre la complessità clinica dell’endometriosi e lascia in parte scoperta la gestione del dolore».
Alcune Regioni hanno ampliato l’offerta con risorse proprie: esenzione per forme lievi e supporto psicologico gratuito (Valle d’Aosta); copertura di farmaci ormonali (Emilia-Romagna); crioconservazione ovocitaria gratuita in condizioni selezionate (Toscana); misure di facilitazione per l’accesso ai farmaci (Sicilia). «Nel complesso – osserva Cartabellotta – emerge una tutela “a geometria variabile”: il riconoscimento formale dell’esenzione non garantisce un accesso reale e uniforme alle prestazioni».

Priorità per ridurre le disparità
Per migliorare la presa in carico dell’endometriosi è necessario sviluppare reti cliniche regionali strutturate, rendere operativi i PDTA, rafforzare l’integrazione tra assistenza territoriale e ospedaliera, garantire un accesso uniforme alle prestazioni esenti e ridurre il ritardo diagnostico.
«L’endometriosi – conclude Cartabellotta – richiede modelli organizzativi multidisciplinari e percorsi assistenziali omogenei su tutto il Paese. Garantire diagnosi tempestive e cure appropriate non è solo un obiettivo clinico, ma un diritto da assicurare alle donne in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Alla vigilia della Giornata Nazionale della Salute della Donna, questo deve tradursi in una priorità concreta, non solo in un impegno simbolico».



