La longevità costituisce una sfida a livello globale: aumenta la sopravvivenza, ma si impoverisce la qualità della vita. «Obiettivo della medicina e della ricerca sulla longevità, attuale e futura – dichiara Alberto Beretta, immunologo ed esperto di medicina della longevità, presidente del comitato scientifico del Milan Longevity Summit – deve essere l’“Healthspan”, concentrando sforzi e sinergie per preservare nella persona avanti negli anni energia, vitalità, lucidità mentale e allontanare l’insorgenza di malattie invalidanti, piuttosto che alla mera longevità cronologica, cioè al “Lifespan”. Ricordando che la biologia umana ha imposto e continuerà a imporre una durata massima della vita che, a dispetto di pareri discordi della comunità scientifica, non può essere allungata in maniera indefinita». Ciò in funzione di diversi fattori, in primo luogo l’evoluzione della specie. L’organismo è governato da meccanismi geneticamente determinati che permettono di ottimizzare le fasi di crescita e protrarre la sopravvivenza della specie, i quali però una volta superata l’epoca riproduttiva, iniziano a incidere negativamente sulla biologia. «Le strategie finora messe in campo, orientate ad allungare la vita – prosegue Beretta – devono subire un radicale cambio di rotta al fine di favorire e mantenere un invecchiamento in salute, in funzione anche del nuovo assetto socio-demografico. La mancanza del ricambio generazionale e la conseguente crescita delle età più fragili della popolazione, correlate a molteplici malattie dell’invecchiamento, rischiano di far saltare i sistemi sanitari. Pertanto, far vivere la terza età senza fragilità e patologie invalidanti rappresenta una misura essenziale di salute e sanità pubblica».

Azioni pro-longevità

Si spartiscono su due fronti. Da un lato il futuro con opportunità di biohacking, editing genetico e altro. Dall’altro soluzioni più prossime e attuabili: «La scienza della longevità è piuttosto recente – chiarisce Beretta – esplosa a inizio secolo con il sequenziamento del genoma, l’arrivo dell’epigenetica e delle scienze “omiche” (proteomica, transcrittomica, metabolomica, etc). Queste ultime hanno consentito di identificare circa 12 tratti principali biologici dell’invecchiamento, definiti “Hallmarks”, tra cui la fragilità dei mitocondri che impatta sulla “robustezza e resilienza” cellulare, l’instabilità genomica e la deriva epigenetica, trigger cruciali dell’invecchiamento. Questi aspetti possono essere misurati oggi con tecniche di laboratorio, non ancora certificate e utilizzabili nella pratica clinica, ma che in contesti di nicchia (laboratori specializzati) permettono di fotografare con alta precisione e largo anticipo, anche un ventennio, la traiettoria di invecchiamento della persona, cioè capire da un prelievo di sangue se è “epigeneticamente indirizzata” verso un invecchiamento accelerato, peggiore rispetto alla norma, oppure decelerato, secondo un profilo di super-ager o normal-ager. Dati preziosissimi che, oltre a definire l’età biologica della persona, consentono di stimare il rischio di specifiche patologie, ad esempio per malattie neurodegenerative, cardiovascolari, cardiometaboliche e così via». Opportunità rilevanti se si considerano le evidenze di uno studio su Science, secondo cui la genetica impatta per il 50% nel determinare la longevità individuale, rispetto al 10-20% ritenuto in precedenza. 

«Un aspetto che si era supposto da studi che confondevano i dati sulla mortalità intrinseca, dovuta all’invecchiamento dei sistemi biologici, con quelli di mortalità estrinseca, dovuta a eventi esterni. D’altra parte, gli studi sui centenari – precisa Beretta – hanno identificato un cluster di geni che supportano il sistema immune e altri che permettono la stabilità del genoma. Inoltre, si ha evidenza che la centenarietà è un tratto essenzialmente femminile, pari all’80%, con un rapporto di 20:1, nel caso dei supercentenari (più di 110 anni) a favore delle donne. Pertanto, l’attenzione della ricerca è incentrata allo studio del cromosoma X e, in particolare, dei geni del cromosoma X che regolano il sistema immunitario che, insieme al sistema nervoso, governa la longevità, secondo uno studio recente del Buck Institute di San Francisco. Il maggior ruolo giocato dalla genetica, tuttavia, non preclude che la persona che adotta stili di vita ottimali possa vivere a lungo e in salute. Fondamentale, in linea generale, ma specificatamente in questi contesti, è agire efficacemente sul restante 50% rappresentato dagli stili di vita». In presenza, ad esempio, di un pattern genetico associato a un rischio cardiovascolare elevato, un programma di attività fisica mirata, l’adozione di un’alimentazione sana, controlli specialistici periodici è in grado di abbassare sensibilmente il rischio di sviluppare patologie organo/apparato correlate. Quindi, la responsabilità individuale può in buona parte “attenuare” il rischio genetico.

Appuntamento con la longevità

Il Milan Longevity Summit (20-23 Maggio 2026 al MiCo) affronterà questi temi e molti altri contenuti, disegnando le conoscenze attuali e gli orizzonti della ricerca e della medicina della longevità. Presenti i massimi esperti in ambito nazionale e internazionale che discuteranno degli studi più innovativi in un format dinamico con sessioni plenarie, panel, workshop. Un evento aperto a un pubblico di settore e laico. «Si parte il primo giorno – racconta Beretta – con una sessione dedicata alla demografia che vedrà alternarsi sul palco demografi e gerontologi con la presentazione di nuovi dati sui centenari che restano la popolazione e l’esempio di riferimento a livello mondiale. Molto interessante sarà la sessione su biomarkers e scienze omiche applicati nella diagnostica dell’aging e approfondimenti sugli orologi epigenetici. Questi ultimi permettono oggi non solo di tracciare, ma anche di misurare la riserva fisiologica grazie all’identificazione di un semplice indice sinottico. Tali informazioni potranno rafforzare alcuni parametri clinici che cercano di stimare la riserva fisiologica valutando, ad esempio, le componenti cardiorespiratorie e neurologiche. Si parlerà, inoltre, di metabolomica e del ruolo di alcuni metaboliti nella prevenzione del rischio di diverse patologie, di proteomica con massimi esperti internazionali che faranno il punto su inflammaging e orologi infiammatori». La seconda giornata prosegue con una sessione dedicata agli Hallmarks dell’invecchiamento, al cromosoma X nella donna che assume un ruolo cruciale in certe patologie ma anche nella longevità, al gene Mytho, una scoperta italiana, all’autofagia e proteostasi, alla senescenza cellulare, oggi misurabile con un nuovo test. «Grande attenzione è riservata in questa sessione al sistema immunitario – aggiungere Beretta – compresa la presentazione di un nuovo test, validato su oltre 50 mila persone, capace di misurare la resilienza immunitaria, fenomeno che controlla l’infiammazione, consentendo il ritorno del sistema immune alla baseline dopo un’infezione e al suo ruolo nel favorire la longevità in salute. Non ultima, alla capacità di certe cellule del sistema immunitario di rilasciare telomeri in vescicole che una volta trasferite alle altre cellule somatiche ne favorirebbero il ringiovanimento, secondo uno studio tutto italiano»

La sessione si conclude con specifici focus sull’aging di cuore e pelle, con studi sull’efficacia delle acquaporine nella skin aging, e sulle longevity interventions. Si parlerà anche di ricerca clinica sulle cellule multipotenti riprogrammate per la rigenerazione neuronale, con la key note lecture del Premio Nobel Thomas Sudhof, sugli organoidi derivati da cellule staminali riprogrammate e altre soluzioni di altissima tecnologia che stanno avanzando a grandi passi e che saranno il futuro della medicina della longevità. Mentre la medicina rigenerativa già oggi propone cellule mesenchimali, farmaci geroprotettori, drug reporposing di vecchi farmaci con nuove indicazioni terapeutiche. Chiude il Summit in terza giornata la sessione sulle cliniche della longevità nel mondo e i longevity doctor e un mini-panel sull’Intelligenza Artificiale. «Di assoluta importanza – conclude Beretta – la sessione su longevità e pediatria, il viver sano e a lungo si costruisce in un percorso assiduo e costante che ha radici nell’infanzia, nell’utero materno, e che termina nella quarta età».

Tratto dal numero di aprile 2026 di Medicina Integrata

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