Secondo alcune teorie, in parte documentate, gli equilibri dell’asse microbiota-intestino-cervello partecipano alla complessità del benessere mentale. Una review sull’argomento, pubblicata sulla rivista scientifica Nutrients e realizzata dai ricercatori dell’Università di Lodz, analizza il ruolo dei probiotici nella prevenzione e nel trattamento della depressione [1].
Depressione e resistenza alle cure
Collocandosi tra le patologie propriamente dette, la depressione viene talvolta sottostimata, pur interessando una percentuale crescente della popolazione mondiale. Essa intacca diversi aspetti del quotidiano e si rende, talvolta, invalidante, richiedendo un intervento farmacologico ad hoc. Tuttavia, i trattamenti standard possono risultare inefficaci, tanto da incontrare resistenza in circa il 30% dei pazienti [2]. In tale contesto, subentrano le innovative, possibili, strategie terapeutiche, con un riferimento specifico all’integrazione probiotica.
Il legame tra disbiosi intestinale e depressione
Gli approcci emergenti sono in linea con le nuove evidenze sui meccanismi patologici coinvolti. Ad oggi, si pensa che la depressione sia riconducibile alla coesistenza di più fattori. Tra questi figurano l’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) [3], la riduzione nei livelli del fattore neurotrofico cerebrale (BDNF) [4] e le alterazioni del microbiota intestinale. Si ritiene, in particolare, che quest’ultimo aspetto sia collegato a diverse affezioni gastrointestinali, neurologiche e di salute mentale. Si tratta, in ogni caso, di un ambito “pionieristico”, non essendoci, attualmente, chiare evidenze su tutte le dinamiche implicate. Indagini promettenti, tuttavia, attribuiscono al deterioramento del microbiota impatti considerevoli sulla funzione cerebrale e nervosa. Diversi studi clinici, tra l’altro, sottolineano la presenza frequente, nei pazienti con patologie psichiche e neurologiche, di problematiche del tratto digerente, come disturbi dell’alvo, sintomatologia dolorosa dell’addome e nausea [5].
Disbiosi
Gli effetti delle suddette alterazioni microbiche, a livello del sistema nervoso centrale, sono mediati dalla connessione bidirezionale che forma il già citato asse microbiota-intestino-cervello. Le vie di comunicazione implicate si basano sul nervo vago e sui sistemi immunitario, circolatorio, neuroendocrino e nervoso enterico (ENS), coinvolgendo metaboliti microbici, neurotrasmettori e ormoni. Il disequilibrio quali-quantitativo del microbiota intestinale, o disbiosi, si traduce in conseguenze funzionali che interessano, in particolar modo, la produzione dei metaboliti microbici. Questi comprendono acidi grassi a catena corta (SCFA), catecolamine e aminoacidi ramificati, e agiscono sulla salute mentale attraverso una pluralità di meccanismi (es.: mantenimento di una barriera intestinale integra, maturazione immunitaria e neuroendocrina, regolazione del metabolismo dei nutrienti, ecc.). In ogni caso, discernere tra l’azione diretta dei metaboliti sul sistema nervoso centrale e altre vie di comunicazione resta difficile, trattandosi, ad oggi, di un campo in parte inesplorato.
L’efficacia dei psicobiotici
I microrganismi probiotici classificati come benefici per la salute mentale si definiscono “psicobiotici”. Secondo la letteratura, questi adottano molteplici strategie per espletare effetti anti-depressivi. In particolare, essi regolano il microbiota e ripristinano la funzionalità della barriera intestinale, così come promuovono la produzione di SCFA e di neurotrasmettitori nell’intestino. Tra gli altri effetti imputabili, essi riducono la concentrazione di citochine pro-infiammatorie [6].
La review in questione offre una discussione di ampio respiro sull’efficacia degli psicobiotici nel trattamento della depressione. I dati raccolti riguardano sia studi su modelli animali sia indagini sull’uomo.
Le evidenze nei modelli murini
Il primo test in vivo con probiotici risale a circa vent’anni fa, con la somministrazione, in un modello murino di stress psicologico cronico, dei ceppi batterici Lactobacillus helveticus R0052 e Lacticaseibacillus rhamnosus R0011 [7]. Dati successivi, ottenuti dai roditori, hanno avvalorato il ruolo dell’integrazione probiotica nella mitigazione del comportamento depressivo [8]. Uno studio condotto nel 2018 ha mostrato che il ceppo menzionato in precedenza, il Lactobacillus heleveticus R0052, in associazione al Bifidobacterium longum R0175, può modulare in modo favorevole l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene [9], agendo sull’attenuazione del disturbo depressivo. Interessante anche l’indagine sulla somministrazione, in modelli murini dello stress, del ceppo batterico Lactiplantibacillus plantarumPS128, il quale ha mostrato impatti positivi sull’attività psicomotoria degli animali e sulla riduzione dei comportamenti ansiosi. In aggiunta, l’integrazione ha agito sui parametri immunitari e sui livelli dei mediatori dell’infiammazione, migliorandoli [10].
Altri ceppi
Buone evidenze, inoltre, per il ceppo Bifidobcterium breve CCFM 1025, il cui utilizzo nei topi ha contribuito alla riduzione dell’ansia e dei comportamenti depressivi. La somministrazione ha ridotto l’infiammazione correlata alla reattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, mentre ha sovraregolato i livelli del fattore neurotrofico cerebrale. È stato riscontrato, tra l’altro, il ripristino del microbiota, con un riferimento specifico al rapporto tra i phyla Actinobacteria e Proteobacteria [11].Per continuare, la somministrazione del ceppo Faecalibacterium prausnitzii ATCC 27766, nei ratti di laboratorio, ha agito in prevenzione sul rilascio, collegato allo stress, di interleuchina-6, proteina C-reattiva e corticosterone [12]. Il ceppo Lacticaseibacillus rhamnosus JB-1, infine, è stato associato all’attenuazione di ansia e depressione, in termini di miglioramento comportamentale, oltre che alla riduzione dei livelli di corticosterone [13].
Le evidenze per la salute umana
I risultati clinici a sostegno dell’integrazione psicobiotica nell’uomo sono in aumento. I ceppi batterici che, ad oggi, hanno mostrato di poter favorire il benessere mentale appartengono, per lo più, ai generi Lacticaseibacillus, Lactobacillus e Bifidobacterium. Nel complesso, si è visto che i preparati a base di microrganismi vivi contribuiscono alla mitigazione del disturbo depressivo dopo alcune settimane di trattamento, tenendo conto dell’entità iniziale dei sintomi. Uno studio, in particolare, ha indagato il potenziale del ceppo Lacticaseibacillus paracasei Shirota nel ridurre i sintomi dello stress, con un trattamento quotidiano di 8 settimane. Al termine della valutazione, realizzata con l’ausilio di questionari appositi, con l’osservazione dei sintomi somatici e con l’analisi del cortisolo salivare, il gruppo trattato con l’integrazione ha mostrato esiti significativamente positivi rispetto al gruppo placebo [14]. Deduzioni interessanti, per lo stesso ceppo, anche da uno studio ulteriore, dove l’integrazione per 9 settimane, in pazienti depressi, ha attenuato i sintomi della problematica e ridotto i livelli correlati di interleuchina-6 [15].
Altri studi
Uno studio controllato randomizzato, in doppio cieco, ha valutato le potenzialità del Lacticaseibacillus casei, in associazione alle specie Lactobacillus acidophilus e Bifidobacterium bifidum. L’osservazione, effettuata per 8 settimane su 40 soggetti depressi, ha restituito dati a favore dell’integrazione psicobiotica, avvalendosi del test BDI (Beck Depression Inventory) [16]. L’efficacia dei preparati multiceppo viene confermata anche da altri studi, nei quali si evidenziano, in aggiunta, le specie Lacticaseibacillus rhamnosus e Lactobacillus bulgaricus. Per quanto concerne i componenti del genere Bifidobacterium, vengono segnalati, oltre al B. bifidum, anche le specie B. longum e B. breve. Degno di nota, tra i ceppi psicobiotici studiati, anche il Clostridium butyricum MIYAIRI 588, che si è mostrato efficace, in associazione ai farmaci antidepressivi, nel ridurre i punteggi del test BDI. I pazienti coinvolti nello studio erano affetti da disturbo depressivo maggiore e mostravano resistenza ai trattamenti farmacologici [17].
Non solo componenti vivi: l’importanza dei prebiotici
La crescita dei ceppi psicobiotici a livello intestinale viene favorita dall’aggiunta, nelle varie formulazioni destinate al commercio, di componenti prebiotici. Questi sono rappresentati dalle fibre indigeribili (come inulina, galatto-oligosaccaridi e frutto-oligosaccaridi) che vanno incontro fermentazione batterica una volta raggiunto l’intestino. Nel complesso, essi fungono da sostentamento per i microrganismi assunti e per il microbiota residente. Gli integratori composti da microrganismi vivi e sostanze prebiotiche sono note come simbiotici, e costituiscono, anch’essi, un interessante oggetto di studio. Un’indagine su soggetti depressi, e affetti da malattia coronarica, in particolare, ha testato la co-integrazione di L. rhamnosus e inulina, valutandone gli effetti sui sintomi depressivi e sui marcatori pro-infiammatori. I risultati ottenuti, in definitiva, hanno confermato la maggiore efficacia della co-integrazione rispetto ai due componenti utilizzati separatamente [18].
Eubiosi e dieta
Oltre che dall’integrazione mirata, sulle basi di un riscontro scientifico crescente, è intuibilmente corretto partire anche dalla dieta. Un microbiota in equilibrio, o in eubiosi, viene sostenuto dall’apporto quotidiano di fibre vegetali, oltre che da un’alimentazione semplice e naturale. La disbiosi intestinale, non a caso, viene favorita dai regimi dietetici di tipo occidentale, notoriamente poveri di fibre e ricchi di cibi ultra-processati. Nell’ambito di un approccio “globale”, che tenga conto anche degli aspetti nutrizionali, il paziente depresso può trarre beneficio dalla dieta mediterranea.
SCFA e depressione
Gli acidi grassi a catena corta (SCFA) sono dei metaboliti rilasciati, a livello intestinale, a seguito dei processi di fermentazione microbica. Gli SCFA principali sono rappresentati da butirrato, acetato e proprionato, e derivano da vari ceppi batterici dei phyla Firmicutes e Bacteroidetes. All’interno dell’organismo, essi partecipano a diversi aspetti della salute, come il rafforzamento della barriera intestinale e la modulazione della risposta infiammatoria. Tra le altre cose, gli SCFA possono attraversare la barriera ematoencefalica e arrivare al sistema nervoso centrale. Ad oggi, si ritiene che tali sostanze siano implicate nei disturbi depressivi. Uno studio sull’uomo ha mostrato, contestualmente alla depressione, una quantità ridotta degli SCFA fecali [19]. Per contro, si è visto, nei topi, che l’aumento degli SCFA sierici stimola la produzione del fattore neurotrofico cerebrale (BDNF) e riduce la neuroinfiammazione [20].
Probiotici: definizione, requisiti e funzioni
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce i probiotici come “microrganismi vivi in grado di apportare beneficio all’organismo ospite, se utilizzati in quantità adeguate”. Affinché possa classificarsi come tale, un probiotico deve rivelarsi sicuro per la salute umana, oltre che incapace di apportare antibiotico-resistenza. Ciascun ceppo deve arrivare indenne in sede intestinale, ma anche proliferare e persistere in tale ambiente. Un requisito ulteriore riguarda la dose opportuna, in termini di efficacia, e l’indicazione terapeutica, che richiedono basi scientifiche documentate.
A grandi linee, i probiotici possono riquilibrare il microbiota, agire da immunomodulanti e contrastare le infezioni opportunistiche. Inoltre, essi partecipano alla gestione dell’intolleranza al lattosio e delle problematiche del tratto digerente, svolgendo anche un’azione trofica a livello della mucosa intestinale. Le finalità di ciascuna formulazione variano a seconda dei ceppi che agiscono in sinergia.
Tratto dal numero di giugno 2025 di Medicina Integrata
Bibliografia di riferimento: https://static.tecnichenuove.it/medicinaintegratanews/2026/03/MN_psicobiotici_depressione_03_25.pdf



